Sinistri liberismi

01 febbraio 2012

Con durezza Eugenio Scalfari bacchetta “la Camusso” che non avrebbe alcuna visione dell’interesse generale, e quindi navigherebbe alla cieca e con una ben scarsa «intelligenza politica». A corto di una «strategia politica realistica», la Cgil viene dipinta come una sigla estremista che mostra «rigidità su tutti i piani».
Eppure, proprio in nome della responsabilità nazionale, ci sono state poche ore di sciopero dopo manovre economiche devastanti. Accusata di ricorrere a slogan degni della deteriore «tattica sindacalese», Susanna Camusso viene contrapposta a Luciano Lama, che al contrario merita ancora oggi di sedere sugli allori per essere stato lui sì un interprete del generale e non uno schiavo del vile particulare.
Ha un senso storico però questo paragone? Lama era il capo di un sindacato che veniva da un glorioso trentennio di conquiste. La moderazione salariale era discussa in anni che convivevano con un tasso di inflazione superiore al 20%. E, comunque, erano moneta sonante le grandi contropartite pubbliche ottenute in cambio dei sacrifici richiesti ai lavoratori, protetti dal meccanismo della scala mobile: il servizio sanitario nazionale, l’equo canone, le norme per l’occupazione giovanile. Insomma, se si trattava di una ritirata, era ben ripagata con inedite conquiste di cittadinanza.
Camusso guida invece un sindacato che ha sul corpo le cicatrici provocate da un ventennio di arretramenti. Mentre i redditi di impresa e di lavoro autonomo si sono rigonfiati, i salari sono fermi ai livelli del 1991. Con l’euro le retribuzioni hanno perso almeno il 40 per cento del loro valore. L’inflazione programmata, ben al di sotto di quella reale, ha poi mangiato altri 20 punti del magro reddito. Il prelievo fiscale sul lavoro ha infine raggiunto vette inusitate. I beni pubblici sono nel frattempo del tutto appassiti. Il costo dei ticket per ricevere le prestazioni del servizio sanitario si avvicina ormai alla tariffa della azienda privata. Nelle città il canone di un monolocale chiede l’intero ammontare mensile di un salario. Di politiche attive in favore dell’occupazione giovanile neanche a parlarne.
Le diseguaglianze, le incertezze, le precarietà per Scalfari non hanno nulla a che fare con la crisi perché invece «le cause della crisi sono l’esplosione del debito, la finanziarizzazione dell’economia». E quindi, asserisce, «Camusso sbaglia radicalmente» quando lamenta la strutturale contrazione della capacità di consumo dei lavoratori e decide di «arroccarsi» o peggio di contrastare i processi economici con una dannosa «politica ideologico-sindacale». Stanno davvero così le cose? Un lavoratore che ha perduto il 60 per cento del valore reale del salario non è la principale causa della crisi? I mercati sono saturi di macchine e merci che non trovano più acquirenti. Proprio a questa carenza organica si cercava un illusorio rimedio con la proliferazione delle carte di credito. Meno salari e più consumo drogato con il diabolico congegno del credito, questa è la radice vera, cioè sociale della crisi.
Per essere «il protagonista della nuova modernità» il lavoro viene invitato ad accettare ulteriori sacrifici per ripristinare le condizioni di accumulazione del capitale. Camusso invoca giustamente nuove politiche pubbliche perché, malgrado le privatizzazioni e liberalizzazioni, l’Italia ha il tasso di minore crescita e il più basso livello salariale. Resta poco da spremere e però dinanzi a politiche pubbliche per la crescita Scalfari storce la bocca e le reputa costose. Eppure un fiume di denaro pubblico è già stato versato per salvare le banche e abbeverare il mercato in sofferenza. Nessuno vuole scherzare con le famiglie che possiedono il 17 per cento del debito pubblico e con le banche che ne coprono il 40 per cento. Ma i lavoratori con le manovre perdono con gli anni decine di migliaia di euro. Perché mai inoltre l’intervento statale non desta scandalo se serve per rassicurare gli investitori, mentre diventa un colossale mostro se introduce ammortizzatori sociali, difende l’occupazione, progetta politiche industriali nei settori strategici che vedono il mercato in grande affanno?
Nella rubrica «lotta agli sprechi e ai privilegi» Repubblica inserisce la auspicata guerra santa del governo tecnico per la rapida riforma del mercato del lavoro. Sembra però una lotta contro i mulini a vento che nulla porta in termini di competitività. Scalfari si commuove con la Marsigliese e non apprezza le note di Bandiera rossa. Questione di gusti, ma se la prospettiva è quella di un governo che assume il sindacato come una «controparte» e dipinge i lavoratori come dei privilegiati allora si preparano lugubri scenari, in cui ben più tristi note accompagneranno le marce dei nuovi barbari pronti ad agitare capri espiatori contro cui scagliare il risentimento, la ribellione, l’odio. Il vuoto di rappresentanza sociale non aiuta la crescita e annuncia quasi sempre il crepuscolo della democrazia.

   
 
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