Ma il sarcasmo dei tecnici non colpisce a caso

03 febbraio 2012

Ma perché neppure i tecnici resistono al fascino della tv e non riescono a trattenersi dalla seduzione di battute populiste sfornate prima contro gli sfigati e ora contro quegli annoiati dal posto fisso che vanno resi più allegri con la frizzante flessibilità in uscita? Si avverte, dietro le metafore infelici di una certa accademia, anche un movimento, per ora sottotraccia, avviato per favorire un repentino passaggio di fase. Messa da parte la paura della bancarotta incombente che imponeva più sobrietà, si lavora già per il dopo. I tecnici scrutano oltre l’emergenza e le loro parole in libertà forse non colpiscono a caso.

Sindacato e partiti, il poco che ancora resta in piedi di essi, sono in questi giorni sotto assedio. La posta in gioco della contesa è chiara, bisogna coglierla in tempo nella sua gravità per non lasciarsi sorprendere e spiazzare dagli eventi. Si stanno ponendo le basi della cosiddetta Terza Repubblica e avanza un esplicito desiderio di rimuovere gli intralci più sgraditi al trionfo del novello spirito dell’epoca. In questa lotta sui fondamenti della nuova politica, si profila nitido il disegno di colpire in maniera definitiva la malferma costituzione materiale della repubblica spazzando via i residui dei vecchi soggetti del pluralismo.

Ormai ammaccata la destra politica, che per vent’anni è stata egemone ma che appare come un ostacolo provinciale all’innovazione, i settori molto forti dell’economia, della finanza, della burocrazia, coltivano il sogno di allestire in fretta una macchina più snella per imporre un’alternativa dinamica e manageriale alla crisi del sistema della stagnazione. Il governo tecnico, nato per fronteggiare una cruda emergenza, per talune forze influenti dei media e dell’economia (che in Italia sono la stessa cosa) deve tramutarsi assai presto nell’espressione di una durevole coalizione politica chiamata a imprimere il marchio definitivo al nuovo ciclo storico.

Disorientato il blocco immobilistico cementato dalla vecchia destra populista, occorre ricostruire i pilastri del sistema. Il linguaggio della competenza con lo stile della misura si infrange però al cospetto di una coalizione sociale come quella della destra. Essa aveva trovato la sua soggettività politica proprio nelle forme alienate del populismo e quindi non pare molto attratta dal nuovo verbo del rigore, delle liberalizzazioni e della competitività. Se qualcuno calcolava di avvalersi dell’apporto di spezzoni dell’esecutivo tecnico per rimpiazzare nel futuro mercato elettorale l’antica destra stagnante e corporativa ha sbagliato grossolanamente i conti. Nessun tecnico o abile portavoce dei poteri forti, per quanto sorretto dai media, con ampie scorte di denaro al seguito, e con credenziali internazionali, potrà mai offrire delle sponde politiche alla coalizione sociale che ha finora sostenuto le destre.

È per questo evidente che la sfida della tecnica non è destinata a riassorbire una regressiva destra populista ventilando delle ragionevoli istanze modernizzatrici per attrarre il microcapitalismo dei territori. Il sasso della tecnica è scagliato soprattutto contro la sinistra che viene stuzzicata proprio con affondi studiati per lacerare le sue roccaforti simboliche e materiali. Nella grande stampa che sorregge questa operazione (scardinare i soggetti del pluralismo residuali) le imbarazzanti derive affaristiche della politica sono afferrate al volo per racimolare nuove munizioni da usare nella battaglia finale contro la casta.

Riaffiora così un’antica pretesa degli influenti ambienti culturali ed economici di annichilire i soggetti organizzati e di ridurre la politica a mera amministrazione. Il colpevole ritardo con cui l’obiettivo di ricostruire un moderno partito politico è stato rilanciato, e posto come obiettivo strategico prioritario, agevola la micidiale campagna che grida contro la casta ma in realtà vorrebbe sbarazzarsi dell’autonomia della politica in quanto tale. Il cedimento definitivo dei partiti in via di ristrutturazione e l’umiliazione del sindacato visto come un inciampo concertativo frapposto alla rapidità della decisione tecnica costituiscono i tasselli di una miope ma aggressiva strategia per immettere i codici dell’economia nel cervello della politica.

I tecnici in modo strabico guardano a ciò che accade dopo la congiuntura e gettano il provocatorio guanto della contesa anche contro chi li sostiene in aula. Sfidata nella sua stessa sopravvivenza come forza rilevante, la sinistra deve approfittare del breve momento di tregua per tessere in fretta dei pensieri lunghi indispensabili per progettare l’altro che si spalanca dopo il governo tecnico e i suoi limiti strutturali. La durezza del confronto svela l’illusione della politica ridotta a operazione neutrale e invoca una contesa sulle grandi opzioni culturali. Guardare al di là della tregua siglata con la guida tecnica significa riannodare il nesso ideale tra partiti e robusti interessi sociali, e comporta quindi la convincente ricollocazione del partito nella prospettiva storica della nazione.

   
 
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