I partiti a tavolino

21 febbraio 2012

Cosa resterà dei partiti dopo il governo tecnico? I grandi giornali di ieri disquisivano attorno alla genesi, data per certa, di una Terza Repubblica fondata contro i partiti. Se così fosse, più che di una Terza, si tratterebbe però di una Seconda Repubblica bis. Anche stavolta la borghesia italiana rischia di combinarla grossa.

Prima gli uomini influenti dei poteri economici e dei media hanno sostenuto la necessità di abbattere i partiti per entrare nella bipolare Repubblica dei cittadini. E la frittata è stata fatta, con danni per tutti, anche per la borghesia che si è ritrovata impantanata in un declino da cui non sa come uscire. Ora il proposito dei cosiddetti poteri forti è di nuovo quello di distruggere i partiti in nome però della competenza, della tecnica, del rigore.
Sognando ad occhi aperti, e rivelando tutta la sua storica impotenza, la grande borghesia italiana cerca nei professori di Palazzo Chigi quello che non riesce mai ad ottenere nelle forme normali della politica: la possibilità di conciliare i propri interessi di classe (che oggi si chiamano però in maniera più nobile e neutrale: modernizzazione, competitività, produttività) con una qualche parvenza di bene pubblico. Non avendo la forza egemonica per imporre una autonoma presenza nella politica, le ragioni della crescita e dell’innovazione di solito la cosiddetta borghesia illuminata le appalta alla sinistra, venendo a vario modo a patti con essa su alcuni nodi strategici.

Ora, però, il suo proposito, per dirla con le parole usate da Marcello Sorgi sulla Stampa di ieri, è quello di rottamare tutti i partiti perché le loro nomenclature si rivelano sin troppo arretrate rispetto alla splendida competenza vantata dai tecnici. Come se i problemi dei governi passati, quelli del centrosinistra ovviamente non del burlesco esecutivo che inventava le ronde, imponeva i tornelli o trasferiva i ministeri a Monza, fossero legati a un deficit di competenza. Nessuno dei governi dell’Ulivo o dell’Unione era però tecnicamente deficitario rispetto al governo Monti. Avevano altri guai, ma non ne sapevano affatto di meno rispetto ai professori, ai manager e ai banchieri odierni.

Quando Repubblica con Curzio Maltese lancia la caccia grossa ai partiti superstiti e prevede con estasi «altri due mesi di questa cura e l’intera politica italiana finirà nell’archivio delle immagini in bianco e nero», dà sfogo alla fiera delle illusioni di una parte della grande borghesia che ambisce a dirigere le operazioni anche senza disporre di truppe.
Questo perduto innamoramento per la tecnica non solo non aiuta il governo dei professori, che non è affatto, come lo si raffigura in maniera conformistica, un esecutivo forte (al contrario, è fragile e in vita solo per la debolezza del quadro politico in via di lenta ricostruzione) ma rischia di bruciarlo anzitempo. È presto per appurare se si tratta di un innamoramento corrisposto, e cioè coronato da una discesa in campo per il 2013. Il presidente Monti ora glissa, ora lancia qualche allusiva battuta rivolta ai «castologi». Talvolta egli rivendica di aver affondato qualche bel colpo contro i privilegi della politica e concede anche qualcosa al clima ruggente di «domanda di sangue», che si augura però rimanga ben confinato a un livello solo metaforico.
Ma, a dispetto di sollecitazioni che paiono avventate, soprattutto quando provengono da un professionista del calibro di Casini, da parte di Monti dichiarazioni esplicite in vista di un salto nell’agone politico non si avvertono. A parte questo, è del tutto astratto, per non dire velleitario, il progetto di definire un grande partito nuovo «della nazione» poggiandolo su spezzoni, microculture e singole personalità dell’esecutivo attuale. Non è così a freddo, con un taglia e incolla concepiti con uno spirito additivo del tutto razionale, che nascono i partiti. E neanche può ritenersi sufficiente a far decollare una nuova soggettività politica in un clima positivo d’opinione sorto attorno ad una esperienza di governo soddisfacente. Una grande formazione politica non nasce mai per espansioni calcolate, non cresce per ingrandimenti progettati con calma a tavolino.
Un partito della tecnica peraltro è solo un ossimoro, e quella parte influente di società che ha sì in odio il populismo (che distrugge gli stessi interessi della modernizzazione per la sua inattitudine al comando e per la riluttanza estrema ad accollarsi la responsabilità della scelta difficile), ma che non vorrebbe affidare il governo alla egemonia della sinistra, si illude che distruggendo la politica in quanto tale si creino le condizioni di una rinascita democratica. Senza i partiti, al centro a destra e a sinistra, non si esce dal pantano. A destra ci sono ardui lavori in corso ma la scadenza e l’esito sono incerti. Giuliano Ferrara, l’altro giorno sul Giornale, invitava anzi a cambiare agenda. Dalle anime morte dei partiti ormai irrecuperabili, egli invitava a riattivare la sacra risorsa carismatica. A quel punto nel 2013 il duello sarebbe tra l’antipolitica di tecnici senza popolo e il furore carismatico che si pone invece in sintonia con l’antipolitica trionfante. E si sa chi la spunterebbe.

Anche Ferrara però dà sfogo alle illusioni, ammaina il realismo che pure ben conosce: capi carismatici irregolari non si fabbricano mai in laboratorio. Si impongono, non si prevedono. Compaiono, non si desiderano. Tra i dubbi amletici dei tecnici tentati dal gioco ruvido della politica e il rumore dell’antipolitica a sfondo carismatico, le residue speranze in una ripresa della rappresentanza restano in gran parte collegate alle sorti del Pd. Che, pur avendo problemi di assestamento e di manutenzione, non si trova affatto all’anno zero della sua storia, ed è anzi un presidio di democrazia nelle acque tempestose della grave crisi di sistema che rischia di travolgere tutto.

   
 
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