Quali argomenti potrebbero indurre il Capo dello Stato a sciogliere in anticipo <MC>la legislatura? Chi, come Napolitano, sa intrecciare con sapienza il profilo tecnico di un ruolo super partes e la lettura della fase storico-politica, ad una decisione sempre controversa, come quella di votare a novembre, non potrà pervenire senza rassicurazioni sia di carattere istituzionale che politiche. Il presidente vuole essere sicuro che il suo atto non assuma i tratti di uno scioglimento di lotta. Un decreto di dissoluzione delle Camere, indotto da un lacerante conflitto istituzionale o da una rottura polemica tra le forze politiche, lascerebbe ferite difficilmente cicatrizzabili in una fase di dura emergenza.
Quindi, agli occhi di Napolitano, se scioglimento ci deve essere, esso sia anzitutto un atto largamente consensuale.
Ci sono dei momenti politici in cui è una prova di responsabilità quella di andare al voto prima del termine naturale previsto dalla costituzione. Occorre, in questa ottica, che nessuno dei partiti stacchi da solo la spina del governo, assumendosi enormi e imponderabili rischi per un gesto inconsulto. La determinazione di tornare al giudizio dei cittadini deve essere il frutto di una ponderata analisi svolta dai partiti che concordano sulla opportunità di inaugurare una nuova fase perché quella che hanno con senso di responsabilità sostenuto finora è ormai sterile.
E qui, dalle valutazioni di profilo istituzionale, si scende sul campo delle tendenze politiche ora visibili. Il quadro politico mostra già segni di logoramento. Lo stesso sovversivismo plebeo che ha aggredito in questi giorni il Quirinale con accuse risibili, è un indizio palese del deterioramento del clima. Camminando sul terreno minato di una crisi economica inafferrabile e assistendo impotenti alla radicalizzazione della sfida lanciata da opposizioni agitatorie, si potrebbe giungere ad aprile con un blocco populista variegato (Di Pietro, Grillo, la Lega, il Berlusconi redivivo) vicino alla maggioranza e capace quindi di far saltare tutti gli equilibri costituzionali.
Condannare la legislatura a trascinarsi sino a primavera potrebbe logorare i partiti più seri e favorire la presa di agguerrite formazioni disposte al peggio. I duri sacrifici che il governo ha chiesto hanno evitato il baratro (a novembre scorso non c’erano i soldi per pagare gli stipendi e le pensioni, e quindi raffreddando i bollenti spiriti dei mercati Monti è divenuto una riserva della Repubblica) senza incontrare le fiamme che hanno devastato Atene e le pallottole (per ora) di gomma che vengono sparate a Madrid. Ora però, per placare gli istinti di rivolta occorre un ritorno alla politica che deve decidere se sostenere la svolta europea inaugurata con il successo di Hollande oppure procrastinare una fase tecnica che non può dare molto di più rispetto a quello che ha già spremuto.
Esiste una convenienza di sistema nella scelta da tutti condivisa di andare al voto a novembre. La Lega vedrebbe incoraggiata la svolta di Maroni, che parla un linguaggio diverso, non vuole essere un semplice spauracchio e sta collocando il suo partito in una zona inedita, di semiaccettazione della lealtà costituzionale. Il Pdl sarebbe indotto a sbarazzarsi della surreale ricomparsa di Berlusconi nelle vesti di Masaniello antieuropeo per ridare fiato alle timide velleità di allestire un partito normale della destra che, pur nella certezza di perdere, avrebbe comunque l’opportunità di occupare lo spazio politico come polo alternativo alla sinistra.
Al Pd la scelta di giocare d’anticipo conviene perché con la sua offerta di un patto tra progressisti e moderati (per agganciare il socialismo europeo, che solo può contribuire alla salvezza del paese) scompagina il blocco populista in agguato. E’ chiaro che una prova del reale senso di responsabilità delle forze politiche il Capo dello Stato la attende dalla riforma elettorale. Occorre andare al voto senza il Porcellum, ed è possibile con ritocchi marginali (preferenze, collegi di più piccola dimensione e mantenendo il premio di coalizione) oppure con una più incisiva manutenzione (premio del 10 per cento al primo partito, che così darebbe un segnale nitido di stabilizzazione, dall’alto del 40 per cento dei suoi seggi).
Se però, dopo aver tanto invocato il ritorno della politica, si confeziona una maldestra legge elettorale, che pare propedeutica alla ingovernabilità, si lavora con somma incoscienza per sprofondare negli abissi. Con una buona legge elettorale, recarsi al voto a novembre non sarebbe un trauma, soprattutto se i partiti sapranno mettere a frutto la loro reciproca legittimazione, in un bipolarismo finalmente maturo.